Mediterraneo: la danza come atto politico


Nell’anno europeo del Patrimonio culturale il Festival Danza Urbana guarda al Mediterraneo, proponendo opere di artisti provenienti da sette diversi paesi, quali Grecia, Iran, Italia, Marocco, Siria, Spagna e Tunisia. Lungo le sue sponde sono sorte numerose civiltà, che ci hanno lasciato un’eredità straordinaria e costituiscono le fondamenta stesse su cui si sviluppa la nostra cultura.

Questa area del mondo è oggi attraversata da conflitti, movimenti sociali, politici e religiosi, che da una riva all’altra sembrano mettere in crisi quell’attitudine all’incontro e allo scambio fra popoli, culture, conoscenze, propri di questo “mare tra le terre”, o meglio “mare che mette in contatto”, secondo la sua radice araba.

La propensione all’incontro ci sembra l’eredità più preziosa, che ha consentito il fiorire di tanta arte e cultura e che abbiamo la responsabilità di preservare.

Il confronto tra le differenti scene del Mediterraneo della ventiduesima edizione del Festival esprime la forza che la danza urbana ha come atto politico. Da questo focus emerge, infatti, con prepotenza la dimensione politica che la danza d’autore assume negli spazi pubblici; particolarmente evidente là dove è un’arte proibita, o dove l’esposizione pubblica del corpo è soggetta a severe prescrizioni.

Nel nostro contesto la danza nello spazio pubblico assolve una funzione politica meno esplicita, eppure importante. Riafferma la possibilità e il diritto di vivere liberamente la città, i suoi luoghi, di esserne partecipi e non solo fruitori, sottraendo i cittadini alle logiche e ai dispositivi di mero efficientismo e funzionalismo dell’apparato città rinegoziando i tempi e i modi di fruizione degli spazi pubblici.