Oggi, più che mai, occorre essere eretici, non anti-sistema, ma semplicemente fuori dal sistema per dare corso alle esperienze più vive e attuali dell’arte.

Antonio Presti
(Presidente della Fondazione Fiumara d’Arte)

Coltivare la ricerca di forme e linguaggi artistici nella loro continua ttualizzazione, cercandone la dimensione effettivamente “contemporanea”, implica spesso la necessità di porsi fuori dal sistema istituzionalmente riconosciuto.
Il Festival Danza Urbana non coltiva una posizione antagonistica al sistema, ma nella sua volontà di promuovere la danza nelle sue forme più contemporanee presso i cittadini, ha da sempre scelto di programmare spettacoli ed eventi al di fuori dei “luoghi deputati,” come teatri o palcoscenici all’aperto. La diffusione di opere negli spazi pubblici o privati, nella molteplicità di ambienti, situazioni, contesti che la città offre, crea una contiguità tra i cittadini e le espressioni coreiche più innovative, intercettando anche coloro che non sono soliti recarsi a teatro. Le iniziative per lo più gratuite o a basso costo rendono maggiormente accessibile le proposte culturali del Festival e offrono una grande
libertà di abitare qualsiasi luogo.
Per gli artisti la possibilità di sperimentarsi in spazi altri rispetto a quelli convenzionalmente definiti rende l’ambito della danza urbana un laboratorio di forme e formati, che si collocano spesso al confine tra diversi linguaggi, valicandone qualche volta il limite nella necessità di riconoscerne la funzione.
Queste scelte (accessibilità, ricerca di nuovi pubblici, innovazione), che apparentemente sono in linea con gli indirizzi di politica culturale che le istituzioni nazionali indicano, risultano non conformi alle normative sul finanziamento pubblico allo spettacolo e risultano difficilmente inquadrabili all’interno delle norme legislative e agli ordinamenti in materia di pubblico spettacolo, in una mancata coerenza tra principi normativi e loro applicazione.
Questo status di “non conformità” non è, dunque, la scelta aprioristica di anticonformismo o radicalità, ma la caparbia volontà di perseguire un indirizzo culturale, una visione, nella convinzione del suo valore e della sua funzione. Questo espone l’iniziativa a una sua grande fragilità. Tuttavia, ne consente una maggiore libertà di programmazione.
In questa edizione, oltre a programmare 
in luoghi non convenzionali, si è cercato di abbracciare formati più aperti e destrutturati, performance capaci fluidamente di passare dal codice della danza a quello performativo e musicale, cercando di non scegliere solamente coreografi con percorsi coreutici canonici, ma artisti capaci di meticciare, mescolare e ibridare i linguaggi arrivando infine a incontrare la danza, arricchendola di punti di vista inediti.

Massimo Carosi